Elaborazione del lutto riferito alla fine di un matrimonio

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2 Risposte

  1. Gabriele ha detto:

    Volevo ringraziare la Dott.ssa Zanotti per la sua attività e i suoi blog. Ricordo quando mi separai (non per mia scelta) una ventina di anni fa. All’epoca non esistevano queste cose e io cercavo un po’ di comprensione dagli amici e dalle persone più vicine. Mi sentivo solo e distrutto, ma al di là della superficie nessuno mi capiva veramente e alla fine mi ritrovavo solo. Dopo circa un anno dovetti fare l’eutanasia dell’amore. Il tempo è sempre una grande medicina ma la sofferenza e il dolore devono essere vissuti sulla propria pelle. Il percorso è stato lungo e doloroso e di sicuro mi avrebbe aiutato potermi confrontare con qualcuno che avesse esperienze comuni. Ricordo che andai in una libreria per cercare qualche libro che parlasse di queste tematiche ma ovviamente non trovai nulla. Il libraio mi venne incontro per chideremi se avessi bisogno di qualcosa e mi venne da piangere. Non riuscii a spiegarmi. Ma anche il pianto può essere liberatorio. Elaborare il lutto significa accettare che un sentimento sia morto, o nel mio caso debba essere soppresso. Mi sentivo come chi ha cresciuto una pianta per 10 anni ed ora la deve recidere. Era brutto non essere compresi, ma alla fine, passo dopo passo, ne venni fuori. Nemmeno la persona che mi era accanto, e che ora è mia moglie, accettava il mio dolore. Ne era gelosa e non riusciva a comprendere la mia sofferenza. Dovetti affrontarlo da solo cercando la verità. Senza dipingere il passato di nero. Lo avevo vissuto, avevo amato e costruito la mia vecchia vita mettendoci del mio e cercando sempre di fare bene. Ma ora non ero più amato e dovevo staccarmene. Cercai di vivere momento per momento, facendo cose nuove, viaggi, gite in montagna, al mare, mi dedicai con maggiore impegno alla musica. Bisogna vivere ogni giorno, anche nel dolore. E se all’inizio mi opprimeva e mi paralizzava a poco a poco scompariva. A volte tornava, ma per sempre meno tempo. A volte tra le lacrime mi sembrava di cadere. Ma poi mi rialzavo, e lottavo, tornando a vivere, a fare delle cose. Ricordo una volta ero con mia madre e la mia compagna in una comunità di ex tossicodipendenti per un concerto di musica classica. Dopo Ci fu un rinfresco e qualcuno mi chiese di cantare qualche canzone accompagnandomi alla chitarra. I ragazzi volevano un po’ di musica più vicina al loro mondo. Io mi sentivo come paralizzato, ma alla fine cedetti a chi mi esortava. Pensai che quelle persone avevano affrontato problemi molto più grandi dei miei e dovevo farcela, per loro. Allora iniziai a cantare e fu davvero esaltante. Applausi, tutti cantavano con me. Mi sembrò davvero di ritornare a vivere. Da quella volta sentii che ricomincivo a crederci, e iniziai ad esibirmi con grande costanza, fondai un gruppo e la musica mi diede tante soddisfazioni. Ma l’energia, la luce e la forza che ricevetti da quei ragazzi della comunità mi fece capire che la vita era davvero ricominciata. E non mi fermai più, nemmeno nei momenti più duri, le malattie, i lutti, le difficoltà della vita e del lavoro. Spero che queste mie parole possano servire a qualcuno. Non abbiate paura di soffrire. Si cresce solo attraverso la sofferenza, e lottando di ottiene la stima di se stessi. Lottando ci si può ferire, ma le ferite vanno mostrate con orgoglio e vissute con la serenità di chi può dire guardandosi allo specchio “anche oggi ho vissuto”

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